Lavoro Call Center Istruzioni Ministeriali

Post on 27 Maggio 2013
by Avv. Nicola Ferrante
in blog

Il Ministero del lavoro interviene sulla specifica disciplina del contratto di collaborazione coordinata e continuativa a progetto nel settore dei call-center recentemente introdotta, in particolare sui requisiti necessari per la stipula del contratto e sulle conseguenze legate ad una "delocalizzazione" delle attività.

Il Ministero del lavoro rende note le proprie indicazioni di carattere operativo al personale ispettivo, anche in ragione del fatto che i recenti interventi del Legislatore risalenti all'estate 2012 incidono sulla stessa legittimità di ricorso alla co.co.pro. qualora abbia ad oggetto una "attività di vendita diretta di beni e di servizi realizzate attraverso call-center outbound".

Il Ministero del lavoro interviene sulla specifica disciplina del contratto di collaborazione coordinata e continuativa a progetto nel settore dei call-center recentemente introdotta, in particolare sui requisiti necessari per la stipula del contratto e sulle conseguenze legate ad una "delocalizzazione" delle attività.

Il Ministero del lavoro rende note le proprie indicazioni di carattere operativo al personale ispettivo, anche in ragione del fatto che i recenti interventi del Legislatore risalenti all'estate 2012 incidono sulla stessa legittimità di ricorso alla co.co.pro. qualora abbia ad oggetto una "attività di vendita diretta di beni e di servizi realizzate attraverso call-center outbound".

Il nuovo art. 61, comma 1, del D.Lgs. n. 276/2003 evidenzia anzitutto la specificità della disciplina sia degli agenti e rappresentanti di commercio, sia delle "attività di vendita diretta di beni e di servizi realizzate attraverso call-center outbound". Evidenzia il Ministero che per le attività "realizzate attraverso call-center outbound" occorre far riferimento ad una disciplina che nasce nell'ambito della prassi amministrativa, alla quale il Legislatore ha evidentemente voluto far riferimento con la disposizione in esame. In particolare, il Ministero richiama le proprie indicazioni fornite con circ. n. 17/2006; in tale sede sono stati forniti i criteri di legittimo utilizzo del contratto di collaborazione nel settore dei call-center e che, salvo quanto si dirà in ordine alla individuazione di uno specifico progetto, occorre qui richiamare per orientare l'attività di vigilanza: le attività outbound sono quelle "nell'ambito delle quali il compito assegnato al collaboratore è quello di rendersi attivo nel contattare, per un arco di tempo predeterminato, l'utenza di un prodotto o servizio riconducibile ad un singolo committente: e' necessaria l'autonomia che caratterizzi la prestazione. Il personale ispettivo deve "verificare l'esistenza di postazioni di lavoro attrezzate con appositi dispositivi che consentano al collaboratore di autodeterminare il ritmo di lavoro". Il collaboratore deve poter decidere, nel rispetto delle forme concordate di coordinamento, anche temporale, della prestazione: a) se eseguire la prestazione ed in quali giorni; b) a che ora iniziare ed a che ora terminare la prestazione giornaliera; c) se e per quanto tempo sospendere la prestazione giornaliera. L'assenza, poi, non deve mai essere giustificata e la presenza non può mai essere imposta. Sono ammesse forme di coordinamento della prestazione con l'organizzazione produttiva dell'azienda: sul punto, la circolare fornisce una serie di esemplificazioni.

L'art. 24 bis del D.L. n. 83/2012 ha inoltre introdotto ulteriori "misure" che vanno a regolamentare le "attività svolte da call-center con almeno venti dipendenti", limite dimensionale che va calcolato tenendo conto del personale dipendente e del personale in servizio con contratti di collaborazione coordinata e continuativa.

Le aziende interessate dalle misure sono poi quelle che svolgono in via assolutamente prevalente (core business aziendale) una attività di call-center e che, pertanto, operano in regime di appalto, restando viceversa escluse quelle attività di call-center che vanno semplicemente ad integrare lo svolgimento dell'impresa rappresentando, il più delle volte, una mero "sportello di front office".

Ciò premesso, il Legislatore prevede che "qualora un'azienda decida di spostare l'attività di call-center fuori dal territorio nazionale deve darne comunicazione, almeno 120 giorni prima del trasferimento, al Ministero del lavoro e delle politiche sociali indicando i lavoratori coinvolti. Inoltre deve darne comunicazione all'Autorità garante per la protezione dei dati personali, indicando quali misure vengono adottate per il rispetto della legislazione nazionale, in particolare del codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al d.lgs. n. 196/2003, e del registro delle opposizioni. Analoga informativa deve essere fornita dalle aziende che già oggi operano in Paesi esteri".

Quando si puo' ritenere "delocalizzata" un'attività di call center? secondo il Ministero potrà ritenersi realizzata detta fattispecie qualora le commesse acquisite da una azienda con sede legale in Italia e già avviate nel territorio nazionale siano trasferite - prima della naturale scadenza del relativo contratto - a personale operante all'estero, sia attraverso la successiva apertura di nuove filiali fuori dal territorio nazionale, sia attraverso un meccanismo di subappalto.

In tali casi, almeno 120 giorni prima del trasferimento, occorre effettuare una comunicazione (anche) al Ministero del lavoro, indicando almeno il numero dei "lavoratori coinvolti", secondo modalità che saranno indicate con successiva nota. Si ritiene che detti lavoratori siano coloro i quali (a prescindere dall'inquadramento, subordinato o autonomo), in conseguenza della delocalizzazione della attività di call-center, siano ritenuti in esubero dal datore di lavoro e pertanto interessati da un minor impiego o addirittura da procedure di licenziamento (saranno pertanto significative eventuali richieste di cassa integrazione o riduzioni di personale a qualsiasi titolo).

Si ritiene inoltre che gli obblighi di comunicazione in questione non ricorrano nel caso in cui, nel corso di svolgimento di uno specifico appalto, l'azienda delocalizzi senza generare esuberi o un minor impiego del personale sino a quel momento impegnato su tale commessa.

Va poi ricordato quanto prevede il comma 3 dell'art. 24 bis, secondo il quale "in attesa di procedere alla ridefinizione del sistema degli incentivi all'occupazione nel settore dei call-center, i benefici previsti dalla legge 29 dicembre 1990, n. 407, non possono essere erogati ad aziende che delocalizzano attività in Paesi esteri". Al riguardo il Ministero sostiene che tale disposizione trova applicazione quando la delocalizzazione nei termini sopra indicati avvenga verso Paesi extracomunitari.


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